Origini e sviluppo del libro a stampa

L'invenzione dell'arte tipografica e la sua diffusione in Europa
La breve fortuna del libro silografico
Aspetto e formato dei primi libri a stampa
Dal manoscritto al libro stampato

 

L'invenzione dell'arte tipografica e la sua diffusione in Europa


A
metà del secolo XV l'invenzione della tipografia operò una profonda rivoluzione nella storia del libro, destinata ad avere conseguenze incalcolabili sullo sviluppo della cultura. La possibilità offerta dal ritrovato meccanico di moltiplicare rapidamente in gran numero le copie di un testo scritto e diffonderle ad un prezzo notevolmente contenuto, doveva contribuire in misura enorme a facilitare la comunicazione intellettuale tra gli uomini, ad accrescerne le cognizioni e ad accelerare il moto del progresso scientifico.
Verso il 1450, un po' ovunque in Europa, ma soprattutto nei paesi del Nord, comparvero "manoscritti" alquanto singolari. Non molto diversi nell'aspetto dai manoscritti tradizionali, ben presto si apprese che erano stampati su carta o anche su pelle rara e fine, per mezzo di caratteri mobili e di un torchio. Per fabbricare i caratteri mobili bisognava incidere un punzone di metallo duro, procedere all'esecuzione di una matrice, battendo con precisione il punzone su un blocco di metallo meno duro, e con questa matrice, infine, fondere dei caratteri fatti di una lega metallica adatta. Il punzone e la matrice erano usati già da tempo nell'oreficeria e nella medaglistica. Non a caso la nuova arte si affermò nella cerchia degli orefici. Alcuni elementi costitutivi della tipografia (inchiostro grasso e il torchio), inoltre, erano già da tempo impiegati in Occidente, e prima ancora in Oriente, per vari usi industriali.
Messa a punto a Magonza, nei laboratori dell'orafo Giovanni Gutemberg e dei suoi soci, ossia il finanziatore dell'impresa Giovanni Fust e il calligrafo e tecnico Pietro Shöeffer, la nuova arte fu mantenuta segreta, per volontà degli inventori, per circa un decennio. La segreta consorteria degli operai delle tipografie magontine, legati dal giuramento di non divulgare i procedimenti tipografici, era però destinata a durare poco: troppi ricercatori avevano tentato per alcuni anni di risolvere il problema della stampa e troppo grande era l'interesse che incominciò a circondare la nuova invenzione, sia sotto l'aspetto intellettuale sia sotto quello commerciale, perché si potesse mantenere ancora a lungo il segreto. Già negli anni sessanta del Quattrocento, infatti, la stampa tipografica fece la sua comparsa in altri centri della Germania: Bamberga, Strasburgo, Colonia, Norimberga, Augsburg, Lipsia e Basilea, cominciarono a stampare libri illustrati, con caratteri gotici e in lingua tedesca, di letteratura popolare o di argomento religioso. Successivamente, i prototipografi tedeschi esportarono i segreti della straordinaria invenzione all'estero, soprattutto in Italia. Dei vari Paesi d'Europa, l'Italia fu quello dove la tipografia, nei suoi primi decenni di vita, conobbe il massimo di diffusione e, insieme, la massima concentrazione.
I chierici Corrado Schweinheim e Arnoldo Pannartz furono gli introduttori della stampa a caratteri mobili in Italia; ma l'opera loro e degli altri prototipografi tedeschi, francesi, fiamminghi e slavi, che li seguirono nella Penisola, fu condizionata dalla particolare complessità della situazione culturale, dalle profonde diversificazioni grafico-scrittorie, dall'alto livello di qualità e di diffusione già raggiunto dal libro manoscritto nelle diverse regioni d'Italia.
Il primo vero libro stampato in Germania, preceduto solo da prove tipografiche ascrivibili al quinto decennio e superstiti in pochi frammenti, fu la celebre Bibbia di 42 linee (1455): due volumi in folio del nudo testo latino, composto in caratteri gotici che riproducono con estrema fedeltà la scrittura dei messali manoscritti della regione renana.
In Italia il primo libro stampato, il De Oratore di Cicerone, fu prodotto, nel 1465, presso il cenobio benedettino di Subiaco. E' interessante notare che la scelta dei testi, il formato maneggevole dei volumi, il carattere semiromano (e non più gotico), ispirato probabilmente a qualche antico manoscritto conservato presso il suddetto monastero, rivelano negli artefici (Schweinheim e Pannartz) l'intento di adattare, sia editorialmente sia tipograficamente, la nuova arte alle esigenze e ai gusti della committenza italiana.
Numerosi tipografi tedeschi affluirono a Roma, dove tennero praticamente per tutto il secolo il monopolio dell'industria del libro, sul finire degli anni sessanta del Quattrocento. Dopo Roma, altre numerose località italiane conobbero e adottarono la tipografia, benché alcune solo occasionalmente e ad opera di stampatori ambulanti, chiamati di volta in volta da Comuni, conventi, curie e mecenati.
In una città, in particolare, l'arte tipografica, l'industria e il commercio del libro raggiunsero nel primo secolo della stampa uno sviluppo superiore a quello di ogni altra località, non solo d'Italia, ma di tutta l'Europa. Favorevole posizione geografica, fitte ed estese relazioni commerciali, notevole clima culturale stimolato dalla vicinanza del celebre Studio di Padova ed una incoraggiante legislazione, contribuirono a richiamare a Venezia uno stuolo di tipografi stranieri ed italiani. A Venezia si stampò il maggior numero di libri della più grande varietà di argomenti, dai classici latini e greci (siamo nel fiorire dell'Umanesimo) al diritto, dalla liturgia (i tipografi veneziani fornivano edizioni liturgiche, anche nelle lingue slave, ai Paesi Balcanici) alla medicina, dalla matematica alla letteratura popolare. In questo clima di fervore tipografico, si aprì l'intesa parentesi dell'attività (dal 1494 al 1515) di Aldo Manuzio. Umanista militante, profondamente persuaso dalla fede nei valori della cultura e nella missione del libro, il Manuzio attuò un geniale piano editoriale, disseppellendo e divulgando in gran numero testi inediti di autori latini e greci, curandone la correttezza filologica con la collaborazione di dotti umanisti, conferendo infine alle sue edizioni una veste maneggevole e assai gradevole. Fu inventore, inoltre, dei formati tascabili e, soprattutto, del carattere corsivo aldino che ebbe ampia diffusione in tutta l'Europa.
A Napoli, come a Roma, i prototipografi nordici detennero il monopolio della stampa tipografica per tutto il Quattrocento. Ad un italiano, l'umanista Francesco del Tuppo, è però legato il movimento letterario ed editoriale napoletano sviluppatosi all'ombra della dinastia aragonese (sotto il glorioso regno di Ferdinando I).
A Firenze la stampa arrivò relativamente tardi (1471) e rimase per qualche tempo estranea al mondo del potere e della cultura superiore, accentrato intorno all'illustre dinastia medicea.
In molte altre città italiane, di frequente in prossimità di cartiere (Mantova, Jesi, Foligno, Bologna, Padova, Milano, Modena, Brescia, Reggio Calabria, Ferrara, ma anche in centri più modesti come Subiaco, Fivizzano, Santorso, Trevi, Savigliano, Matelica), il nuovo procedimento tecnico si sviluppò confermando la strettissima e necessaria connessione tra possibilità del nuovo mezzo espressivo e condizioni generali di alfabetizzazione e di acculturazione in cui esso veniva adoperato.
Per concludere, la stampa si diffuse molto rapidamente in tutta l'Europa occidentale. Non ci fu città importante in Germania e in Italia, come abbiamo già avuto modo di vedere, ma anche in Francia e nei Paesi Bassi, dove non fosse in funzione almeno una tipografia sul finire del Quattrocento; in Spagna, in Portogallo e in Polonia, tra Cinquecento e Seicento; mentre Inghilterra, sino al XVIII secolo, la legge continuò a concentrare i torchi nella sola città di Londra.


La breve fortuna del libro silografico


Prima della rivoluzionaria invenzione oltremondana operata dal magontino Gutemberg e dai suoi soci, era conosciuto già da tempo il sistema di riprodurre industrialmente una figura. Si sapeva ornare le rilegature con immagini e con scritte ottenute premendo sul cuoio una lastra di metallo incisa. Per riprodurre rapidamente sulla pergamena dei manoscritti le grandi iniziali ornate, che dovevano occupare lo spazio bianco lasciato dal copista all'inizio dei capitoli e dei paragrafi, si ricorreva di frequente a matrici in rilievo incise nel legno o nel metallo. Era nota, in particolare, la tecnica della stampa su stoffa, di origine orientale, attraverso la quale si potevano riprodurre, con inchiostri colorati, ornati decorativi, immagini devote e scene religiose su tela di lino o stoffe di seta. Queste prime silografie, destinate originariamente all'impressione sul tessuto, poi tirate su carta, comparvero poco dopo la diffusione dell'uso della carta in Europa, preannunciando, in un certo modo, il libro stampato.
Al principio del XIV secolo comparve tutta una produzione popolare di immagini di carattere religioso: figure di Santi, miracoli di Cristo e scene della Passione, personaggi biblici, lotte tra angeli e demoni, diedero vita ad una fiorente industria attiva originariamente nella regione renana e negli stati franco-fiamminghi dei duchi di Borgogna.
Le prime silografie erano semplici immagini senza testo. Presto, però, sembrò opportuno inserire in appositi cartigli o in nota, negli spazi bianchi tra una figura e l'altra, brevi leggende, dapprima scritte a mano, poi incise nella matrice lignea come la stessa immagine. Intanto, accanto all'intensa produzione di immagini legate al culto personale e alla devozione popolare, si diffusero, con intensità sempre crescente, alfabeti fantastici con figure di uomini e di animali, fogli con storie leggendarie e carte da gioco, non più disegnati a mano e miniati, ma incisi su legno e colorati.
Molto presto un solo foglio non sembrò più sufficiente. Comparvero, allora, i libretti silografici. Si sviluppò intanto, con enorme successo di pubblico, tutta una letteratura gravitante intorno ai temi religiosi e morali più popolari del tempo. Apocalissi illustrate, Bibbie dei Poveri, Storie della Vergine, Passione di Cristo, racconti agiografici, corredati da numerose illustrazioni, permettevano finalmente anche a chi non sapeva leggere di intuire il senso di quelle successioni di immagini, mentre coloro che possedevano qualche rudimento di istruzione seguivano più agevolmente le spiegazioni, perché scritte in volgare.
Con queste opere si conclude, appena agli inizi, la vita del libro silografico. Presto, infatti, da Magonza arrivarono le prime notizie dell'invenzione di un nuovo procedimento tecnico che, grazie all'uso di caratteri mobili fusi in metallo, permetteva di moltiplicare in gran quantità ogni tipo di testo, abbassando notevolmente le spese di produzione e riducendo i tempi di lavoro. Le silografie, però, non subirono lo stesso destino del libro silografico: l'illustrazione che si serviva di matrici lignee, infatti, accompagnò la produzione dei primi libri stampati (incunaboli) e, godendo di alterne fortune, riuscì a sopravvivere fino alla comparsa della fotografia.
Il libro stampato, nonostante non possa essere considerato un perfezionamento della silografia, molto deve a quest'ultima: la vista delle immagini e dei testi incisi su legno dovette senza dubbio rendere un'idea ben precisa delle possibilità tangibili offerte dalla carta nella riproduzione industriale dei testi. La fortuna e la diffusione della tecnica di incisione silografica, inoltre, permisero certo di intravedere il successo che avrebbe ottenuto un sistema più perfezionato.


Aspetto e formato dei primi libri a stampa


I libri del primo secolo della stampa e dei primi decenni di quello successivo presentano alcune peculiarità: la carta, fabbricata a mano e recante in trasparenza impronte lineari (filoni e vergelle) e la filigrana; i caratteri, esemplati su quelli dei manoscritti e corredati da frequenti segni di abbreviazioni (si potevano distinguere quattro tipi principali di scrittura: la gotica o lettre de somme, cara ai teologi e agli umanisti; la gotica più grande o lettre de missel, usata nei testi liturgici; la gotica bastarda, impiegata prevalentemente per manoscritti di lusso in volgare; la scrittura umanistica o littera antiqua, destinata a dare origine al carattere romano tondo e a godere di grande fortuna nel libro stampato; la cancelleresca, che originerà presto il carattere latino corsivo. Tra questi tipi appena elencati trovarono inoltre posto caratteri intermedi di ogni specie); le segnature, ossia lettere con esponenti numerali, contrassegnanti i quaderni, impiegate per aiutare il tipografo nella confezione del volume ancora privo di numerazione. Al medesimo scopo servivano i richiami, cioè una o due parole colleganti il verso di una carta con la pagina seguente, e il registro, collocato di solito alla fine del libro e consistente in un elenco in colonna delle prime parole di ogni carta della prima metà dei quaderni. L'abitudine di indicare la numerazione dei fogli si generalizzò lentamente, mentre dovettero trascorrere ancora alcuni anni perché si numerassero non più i fogli, bensì le pagine del libro.
Come nei manoscritti, il testo cominciava sul recto del primo foglio (incipit), dopo una breve formula in cui di solito erano indicati il soggetto dell'opera e il nome dell'autore. Il colofone (colophon), o sottoscrizione, ereditato dagli antichi manoscritti, si trovava alla fine del volume: è un elemento di grande importanza perché contiene, in libri mancanti ancora del frontespizio e spesso d'intitolazione, notizie relative all'autore e al titolo dell'opera, spesso la data e il luogo di stampa, i nomi del tipografo e dell'editore. Sin dal Quattrocento, all'incipit e al colophon si aggiunse un nuovo elemento di identificazione: la marca tipografica, utilizzata da librai e stampatori per riprodurre lo stemma dell'officina o le parole del proprio motto (emblemi ed allegorie da un simbolismo spesso complicato). Dapprima semplice sigla incisa, per lo più su fondo nero, e stampata dopo il colophon o in una pagina bianca dell'ultimo fascicolo, ben presto la marca si trasformò in una vera e propria illustrazione pubblicitaria, destinata non solo ad indicare l'origine del libro, ma anche ad ornarlo e ad affermarne la qualità.
Le modificazioni che gradualmente si vennero introducendo nel libro a stampa risposero ad esigenze proprie della tipografia: economia, leggibilità e praticità. Se elementi secondari come richiami, segnature e registro servivano, più che al lettore, agli operai stessi dell'officina tipografica e al legatore, altri che vennero via via arricchendo il libro stampato, ossia marca tipografica, sottoscrizione, numerazione delle pagine e, soprattutto, il frontespizio, erano destinati a facilitare al lettore l'uso e la conoscenza del libro, come iniziali, fregi e illustrazioni ad abbellirlo.


Dal manoscritto al libro stampato


Il "rozzo" libro a stampa sostituì gradualmente il manoscritto proprio quando questi era giunto alla sua più alta perfezione calligrafica e ornamentale.
Dopo l'invenzione dei caratteri mobili si continuò per alcuni anni a produrre manoscritti, spesso miniati, in quantità decrescente. Il prodotto tipografico, invece, offrendo la possibilità di una più economica e vasta moltiplicazione di copie, acquistò una forza di penetrazione assai rapida e capillare che decretò la fine della illustre e plurisecolare tradizione manoscritta.
I prototipografi, avendo incontrato grandi difficoltà nell'identificazione e nel reperimento di un nuovo modello per il libro a stampa, si impadronirono subito, nei limiti del possibile, delle attrattive del libro manoscritto; solo più tardi il libro stampato sviluppò una propria autonomia estetica.
I primi incunaboli, dunque, hanno lo stesso aspetto dei manoscritti. Nel periodo d'esordio della stampa, infatti, gli stampatori, invece di ricorrere a soluzioni innovative che in qualche modo rendessero palesi le differenze tra il libro stampato e quello manoscritto, spinsero all'eccesso l'imitazione riproducendo servilmente ora questo, ora quello dei possibili modelli manoscritti in ogni sua parte, dai caratteri all'impaginazione, dal formato alla presentazione del testo. Per decenni il libro stampato riprodusse meccanicamente non soltanto il modello esterno del libro scolastico tardomedievale, ma anche il suo complesso sistema grafico ed abbreviativo. Non solo: per qualche tempo tipografi e possessori di libri stampati si avvalsero dell'opera dei miniatori per ornarli di fregi e di iniziali, creando ibridi prodotti chiro-tipografici.
La soluzione adottata dai "pionieri" della tipografia non suscita certo stupore. Come avrebbero potuto, infatti, i primi tipografi immaginare per i libri a stampa un aspetto diverso da quello offerto dal familiare manoscritto? E inoltre, l'eguaglianza tra stampato e manoscritto non era forse per essi una prova di trionfo tecnico e, al contempo, una garanzia di successo commerciale? A questo proposito, i prototipografi, lungi dal cambiar rotta rispetto al passato, si rivolsero inizialmente al pubblico tradizionale del libro manoscritto, e in particolare agli ecclesiastici, ai "dottori" e agli umanisti. Anche in questo caso, non poteva essere altrimenti.
E' evidente, dunque, che la comparsa della stampa non provocò un'improvvisa rivoluzione nell'aspetto del libro; segnò, invece, l'inizio di un'evoluzione che proveremo a riassumere brevemente, ripercorrendo le principali tappe attraverso cui il libro a stampa, lentamente, ma irrimediabilmente, si allontanò dal suo modello iniziale, il manoscritto, per assumere quello che, tranne per alcuni particolari, è ancora il suo aspetto attuale.