Introduzione all’Archeoastronomia

testo di Franco Ruggieri
disegni originali di Antonella Rotella
aggiornamento: 30/09/2005



L’Archeoastronomia studia i rapporti fra Archeologia e Astronomia.
Indaga, cioè, attraverso mezzi archeologici, sulle conoscenze astronomiche degli uomini del passato e sulle loro applicazioni pratiche.
La raccolta di informazioni sui moti apparenti del sole, della luna, dei pianeti e delle stelle da parte dell’uomo ha avuto radici assai lontane che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, sembrano affondare nel Paleolitico superiore, circa venticinquemila anni or sono.
Tutto ciò ha avuto un’importanza essenzialmente pratica: una delle applicazioni più spontanee, ma anche più importanti per la vita dell’uomo primitivo, fu l’utilizzo di queste informazioni per la comprensione del concetto di tempo e la conseguente costruzione di un sistema di misure che permettesse di calcolare con una sufficiente esattezza il succedersi delle stagioni e la durata dell’anno.


Il Sole
Il primo “orologio” naturale fu il Sole che, con l’alternare periodi di luce a periodi di buio, fornì inizialmente il concetto di giorno.
Qualunque oggetto illuminato produce una zona d’ombra e non deve essere stato difficile al cacciatore del Paleolitico scoprire che, addormentatosi in una calda giornata estiva all’ombra di una roccia, si era destato dopo un certo tempo in pieno sole. La roccia certamente non s’era mossa, lui neanche, quindi l’unica cosa che avrebbe potuto cambiare posizione era proprio l’ombra.
Un’osservazione più accurata di questa, prolungata nel tempo di alcuni minuti e riferita ad un oggetto molto alto, permetteva di notare l’effettivo progredire dell’ombra sul terreno.

Gnomone primitivo (1)

Nasce da questa considerazione il primo strumento astronomico della preistoria: lo GNOMONE che è un semplice bastone piantato verticalmente nel terreno in una zona sufficientemente libera da ingombri (grosse pietre, alberi, arbusti…) da poterne notare l’ombra in tutta la sua possibile estensione ed in qualunque direzione sia proiettata.
All’alba, il bastone produce un’ombra lunga e sottile verso occidente.
Nel corso della mattinata, mentre il sole si alza sull’orizzonte, l’ombra si accorcia sempre di più, ruotando lentamente da occidente verso nord.
A mezzogiorno (il mezzogiorno vero, non quello a cui ci hanno abituato i nostri orologi moderni) il sole ha raggiunto il punto più alto dell’orizzonte che è al tempo stesso anche il punto più meridionale.

L’ombra si trova per quel giorno al suo valore minimo come lunghezza e punta esattamente verso il nord astronomico.

l'ombra dello gnomone all' alba

poco prima di mezzogiorno

al tramonto
Nel corso del pomeriggio l’ombra riprende ad allungarsi, ruotando da nord verso oriente fino a raggiungere nuovamente la massima lunghezza al tramonto.
Segnando opportunamente, con delle pietre o dei bastoncini piantati in terra, una divisione in parti più o meno uguali dell’arco proiettato dall’ombra della punta del bastone, è anche possibile dividere la lunghezza del giorno in periodi successivi che, almeno concettualmente, diventeranno poi le nostre ore.

Ombra dello gnomone in un'alba d'estate

Ombra dello gnomone in un'alba d'inverno
Incidentalmente tale sistema permetteva, e permette tuttora, di stabilire con sufficiente precisione i punti cardinali: con esattezza il nord (direzione dell’ombra al suo minimo giornaliero) e il sud (posizione del sole nello stesso momento); con una certa approssimazione l’est e l’ovest (punti dell’orizzonte dove rispettivamente sorge e tramonta il sole agli equinozi).
Ad un’epoca probabilmente più tarda, forse al passaggio fra il Paleolitico e il Neolitico, è da attribuirsi l’osservazione che il variare della lunghezza dell’ombra proiettata a mezzogiorno non era costante. Infatti raggiungeva la minima estensione al solstizio d’estate, la massima al solstizio d’inverno ed un valore medio in corrispondenza dei due equinozi, di primavera e d’autunno. Questo permetterà di valutare la lunghezza dell’anno – il periodo compreso fra due solstizi, di solito invernali – e poi dividere questo in stagioni.


La Luna
La divisione dell’anno in stagioni (due, tre o quattro, a seconda delle culture) non fu a lungo sufficiente per una valutazione del tempo che fosse utilizzabile in pratica e si ritenne opportuno creare dei periodi più brevi: i mesi.
Questo secondo logica, ma è possibile che il mese sia stato precedente all’individuazione delle stagioni; almeno stando alle conoscenze archeologiche attuali sembra proprio che sia andata così.

Schema delle fasi lunari (2)

La Luna, come si sa, ruotando intorno alla Terra espone la sua superficie alla luce solare da angolature diverse. Questo genera il fenomeno delle fasi lunari.
Se il nostro satellite si trova fra il Sole e la Terra, la parte rivolta verso di noi è oscura e quindi non visibile. Tale situazione prende il nome di Luna Nuova e dura circa tre giorni.
Lentamente la Luna si sposta e se ne comincia a vedere un sottile spicchio illuminato, che ogni notte diventa più ampio: è la Luna Crescente.
Quando metà della parte rivolta verso di noi è completamente visibile siamo alla fase successiva: il Primo Quarto. Il periodo trascorso fra la Luna Nuova ed il Primo Quarto dura circa sette giorni. Altri sette giorni o poco più e la Luna è completamente visibile: siamo in Luna Piena. Da questo momento la zona illuminata comincia a decrescere (Luna Calante) fino a che sarà visibile la metà del satellite opposta a

quella del Primo Quarto, è l’Ultimo Quarto. Continuando ancora a decrescere, si tornerà alla fase iniziale di Luna Nuova. L’intero ciclo, da una Luna Nuova alla successiva, dura circa ventinove giorni e prende il nome di Mese Lunare. Inoltre ogni singola fase ha la durata di circa una settimana.

Così fu possibile dividere l’anno in tredici mesi lunari e questa conquista viene trionfalmente mostrata in un particolare della Venere di Laussell. (Gravettiano, circa 25.000 anni or sono). Nella mano destra la Venere Steatopigia sostiene un corno – da sempre simbolo della Luna – su cui sono incise 13 tacche: i mesi lunari.



Venere di Laussel, Francia (3) (4)



CONCLUSIONI
La conoscenza dei moti apparenti del Sole e della Luna permise quindi all’uomo primitivo di costruirsi un calendario che, se nel Neolitico permetteva di prevedere il succedersi delle stagioni e quindi di stabilire i periodi più adatti per la semina e la raccolta, anche nel Paleolitico superiore (di certo nel Perigordiano superiore) consentiva di studiare i movimenti stagionali delle mandrie di erbivori la cui caccia, insieme alla raccolta di frutti spontanei e di radici, costituiva l’elemento fondamentale della sua dieta e quindi della sua sopravvivenza.
Probabilmente più tardi lo studio si ampliò anche a particolari stelle, come Sirio e ad alcuni asterismi come l’Orsa Maggiore, Orione o l’ammasso aperto delle Pleiadi.



Fonti delle immagini:
(1) Antonella Rotella, 2005. Disegno originale.
(2) tratto da: Gino Cecchini, “il cielo”, I, 363. Utet 1969. I dischi posti all’esterno della circonferenza mostrano la Luna come si vede dalla Terra in ogni singola fase.
(3) tratto e liberamente modificato da: P. M. Grand, “Arte Preistorica”, p.78, Il Parnaso, 1967.
(4) per un approfondimento sulle Veneri Steatopigie, vedi:
http://xoomer.virgilio.it/ugo.lat/FISA/fisanew/veneri_paleolitiche.htm

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